Strade e monumenti di fede
Ascoltare il silenzio
Ascoltare il silenzio. Può sembrare una contraddizione ma nelle valli e nei monti dell’Umbria antica ciò è possibile in un bosco, vicino ad un fiume, in un borgo isolato, tra vestigia italiche o romane, al sorgere del sole o nel crepuscolo, quando una luce soffusa avvolge l’ambiente circostante creando un’atmosfera di una intensità indescrivibile.
Succede soprattutto lungo i percorsi della spiritualità che dalla Valle Castoriana al Monteluco, da Norcia a Cascia, dai Monti Martani al Subasio, hanno visto affermarsi un ideale di pace fondato sul dialogo, sulla capacità di ascolto e oggi anche sui programmi di cooperazione.
E ricerca della pace attraverso la meditazione e la contemplazione è alla base della scelta di vita degli eremiti che, nel corso dei secoli hanno trovato rifugio nelle grotte diffuse lungo l’aspra dorsale appenninica.
Come in Valcastoriana, la Tebaide umbra di cui parla nel V secolo Gregorio Magno citando la presenza di eremi e cenobi ivi fondati dal siriano Santo Spes: ne sono superstiti testimonianze le grotte e le tombe scavate nella rupe nei pressi dell’abbazia di S. Eutizio, nel comune di Preci. Fu appunto S. Eutizio, continuatore dell’opera di S, Spes, che aggiunse alla vita eremitica quella apostolica evangelizzando il territorio che poi formerà il feudo dell’abbazia che da lui prese il nome. L’abbazia ebbe un’importanza notevole fino al XII secolo quando le tendenze accentratrici della Chiesa e le mire espansionistiche dei Comuni ne determinarono la lenta decadenza. Tuttavia, anche quando perse il potere politico, rimase un importante centro religioso e culturale: l’esempio più antico dei documenti in volgare, la cosiddetta formula umbra di confessione risalente all’XI secolo, proviene proprio da questa abbazia che era dotata di una ricchissima biblioteca e di uno scriptorium.
E sempre legata ai monaci siriani è l’origine di un’altra piccola gemma dell’architettura romanica umbra che si trova accanto all’ansa disegnata dal fiume Nera nei pressi di Castel S. Felice, splendida frazione di S.Anatolia di Narco. Secondo la leggenda, in quella valle tormentata da un drago – simbolo della malaria che infestava la zona – giunsero alcuni monaci siriani tra i quali Felice, che riuscì ad uccidere il mostro e a compiere anche prodigi come la risurrezione di un figlio unico di una vedova. Questi leggendari episodi, metafora della bonifica benedettina delle terre, sono scolpiti mirabilmente nella facciata della omonima abbazia che risale al 1194.
Proseguendo oltre, sempre lungo il corso del fiume Nera, si arriva all’abbazia più antica dell’Umbria, S. Pietro in Valle, chiesa longobarda oggi nel comune a Ferentillo. Si vuole sia nata da un sogno del settimo duca longobardo di Spoleto, Faroaldo II, il ricostruttore dell’abbazia di Farfa distrutta dai longobardi stessi che qui, nella chiesa da lui fatta edificare nel 703, accettò la Regola di Benedetto. Da allora la chiesa fu mausoleo dei duchi spoletini, fu saccheggiata e distrutta dai saraceni, fu ricostruita difesa da castelli, ampliata nel 1016 dall’abate Liutprando, che ne fece un feudo potente; appartenne poi ai Cistercensi e dal 1300 al Capitolo lateranense. Poi passata a regime commendatario, fu dal 1447 proprietà dei Cybo Malaspina, la casata che ha lasciato più di ogni altra la sua impronta e il suo stemma a Ferentillo.
E “lotta per la pace” fu l’essenza della santità di Rita da Cascia che vide la luce a Roccaporena nel 1381 in un’epoca di grandi contrapposizioni. Figlia, moglie, madre, vedova, monaca agostiniana, morì il 22 maggio del 1457. La sua vita travagliata, la fama dei suoi miracoli e la crescente adorazione della gente per questa figura che è stata ben presto chiamata la “Santa degli impossibili” portarono alla sua canonizzazione avvenuta solo nel 1900. I luoghi ritiani sono il santuario di Cascia, costruito tra il 1937 e il 1947 fondendo insieme l’imitazione di diversi stili: classico, gotico, bizantino ed anche romanico. Eretto a basilica da Pio XII nel 1955 all’interno, nella cappella dedicata alla Santa, custodisce le spoglie mortali di Rita, ben visibili attraverso l’urna che le contiene. Adiacente alla basilica è il monastero del XII secolo che conserva le memorie di Rita: il cortile del XV secolo; la vite miracolosa; l’oratorio che conserva l’affresco del crocifisso dal quale, nel 1432, Rita ricevette la spia stigmatica; la cella dove la Santa visse e morì. Nei pressi è Roccaporena con la casa natale e maritale della Santa, l’orto del miracolo, lo scoglio della preghiera ed altri siti legati alla sua vita.
Il percorso agostiniano ci porta a Montefalco, nei luoghi dove visse ed operò Chiara di Damiano (1268-1308). La chiesa a lei intitolata, eretta tra il XIII ed il XIV secolo sulla preesistente cappella di S. Croce, fu interamente rifatta in stile barocco nei primi anni del Seicento da Valentino Martelli. Qui sono conservate anche le spoglie di questa eminente figura del misticismo umbro del XIII-XIV secolo.
Nel monastero è presente un affresco del 1452 di Benozzo Gozzoli raffigurante la Santa.
Pax et bonum, pace e bene è, in sintesi, il messaggio lasciato da S. Francesco, un messaggio di grande attualità che si fonda sul valore universale della pace. Il percorso di frate Francesco, nato ad Assisi nel 1182 e morto il 3 ottobre 1226, si legge nei luoghi che la devozione popolare identificano come suoi siti non solo ad Assisi e a Santa Maria degli Angeli ma anche nelle valli e nei monti dell’Umbria antica.
Come a Foligno, dove proprio nella piazza grande Francesco venne a vendere le sue proprietà iniziando un cammino di conversione che segnerà la storia dell’umanità. A Foligno l’osservanza francescana venne promossa da fra Paoluccio Trinci e approvata da Gregorio XI nel 1373. In seguito, arricchita dalla Congregazione femminile del Terz’ordine “de Observantia”, manda tuttora un messaggio vivo attraverso il lascito spirituale della beata Angelina da Montegiove, che ne fu guida carismatica all’inizio del Quattrocento. Beata, le cui spoglie riposano nella chiesa dei Conventuali di S. Francesco, nucleo d’irraggiamento dello spiritualismo locale trecentesco, ove sono raccolti anche i resti mortali di Angela da Foligno, la grande mistica, terziaria francescana, dal 1642 Maestra dei teologi, che persino Giovanni Paolo II, venuto nel 1993 a pregare sulla sua tomba, ha definito “Santa”.
Ma anche Spoleto è un luogo legato a San Francesco con il prezioso autografo del Santo, la lettera a frate Leone, custodita all’interno del Duomo e con i luoghi di profonda spiritualità presenti nel Monteluco. Secondo la tradizione, i boschi e le grotte del Monteluco accolsero San Francesco che vi fondò un monastero, oggi un santuario meta di pellegrinaggi, in un luogo donato dai benedettini insieme ad una chiesetta allora intitolata a santa Caterina d’Alessandria. All’interno, oltre alla pietra che serviva da giaciglio a S. Francesco, sono visibili le cellette del convento primitivo e, al centro del chiostro, il pozzo la cui acqua, secondo la tradizione è stata fatta scaturire dal Santo direttamente dalla nuda roccia.
Inoltre, lungo tutti i viottoli che si inerpicano lungo il Monteluco, luogo che fu rifugio anche di monaci siriani, si incontrano diversi eremitaggi, come ad esempio quelli di S. Isacco, S. Antimo o di Santa Maria delle Grazie.
Alle falde del Monteluco la chiesa di S. Pietro, appena fuori dalla città di Spoleto, domina la Flaminia. Fu costruita nel secolo V dal vescovo Achilleo che vi collocò alcuni anelli delle catene di S. Pietro. Distrutta da Federico Barbarossa venne ricostruita nel secolo XII. Nuovamente abbattuta dai ghibellini durante le guerre del secolo XIV fu rifatta nel 1600. È uno dei monumenti più insigni della città.
Altro luogo legato a S. Francesco è Bevagna che nella chiesa a lui dedicata conserva la pietra sulla quale, secondo la tradizione, poggiò i piedi il poverello di Assisi durante la predica agli uccelli in località Pian d’Arca come pure San Lazzaro al Valloncello, oggi nel comune di Preci, il lebbrosario eretto nel 1218 ad opera dei francescani e raggiunto più volte da San Francesco in visita agli ammalati qui ricoverati.
Francescana fu anche la beata Lucia da Valcaldara il cui corpo è custodito nel monastero di S. Maria della Pace a Norcia, le cui monache seguono la prima regola di S. Chiara d’Assisi.
Ma Norcia è legata soprattutto a San Benedetto, che, nel 480, insieme alla sorella gemella scolastica vi vide la luce.
La Pax benedettina è legata all’ Ora et labora, alla mirabile sintesi tra cielo e terra, tra vita spirituale e vita materiale. È questa la pace voluta da Benedetto da Norcia, patrono principale d’Europa e fondatore del monachesimo occidentale.
La tradizione vuole che proprio sulla casa romana della gens Anicia che diede i natali nel 480 ai santi gemelli Benedetto e Scolastica sorga la Basilica di S. Benedetto, la cui facciata gotica prospetta sulla piazza principale di Norcia. Oggi scendere nella cripta significa toccare e “vivere” le pietre che furono la culla di una civiltà che, dalla metà tormentata del primo millennio, arriva fino a noi. Benedetto, infatti, partì da Norcia alla volta di Roma e da qui un susseguirsi di eventi che svilupparono quel movimento rinnovatore che mise in salvo la cultura romana, fondò abbazie dall’Urbe al Danubio, dalle coste portoghesi dell’Atlantico fino in Scandinavia, copiò libri classici, insegnò il gregoriano e l’arte di lavorare la terra, di allevare e di costruire in modo che la civiltà non perisse. Benedetto morì nel 547, accomunato alla sorella Scolastica anche nell’anno della morte: due vite parallele hanno illuminato il tetro periodo delle distruzioni barbariche.
Un’abbazia di origine benedettina troviamo anche a Giano dell’Umbria, poco sotto la vetta del Monte Martano. Lì agli occhi del visitatore si rivela un gioiello dell’arte romanica umbra: l’abbazia di S. Felice le cui origini sembrano risalire al VI-VII secolo. La facciata della chiesa, sopraelevata nel Cinquecento, doveva essere in origine a quattro spioventi: il portale a più rincassi, sormontato da una trifora, è comune a molte chiese umbre dello stesso periodo. L’interno è a tre navate suddivise da colonne in conci, con una zona presbiteriale sopraelevata e tre absidi; quest’ultime di modello lombardo, così come lombardo è il motivo della volta a bozze nella navata centrale, raro in Umbria.
Anche a pochi chilometri da Foligno, in mezzo ad un bosco di lecci, pini e ginepri, alle pendici del monte Serrone domina l’intera pianura sottostante l’abbazia di S. Croce in Sassovivo. Fin dalla seconda metà del secolo XI costituì un importante abbazia benedettina ma nel 1484 passò ai monaci olivetani. Di particolare valore artistico è il suo chiostro, costruito fra il 1222 e il 1232. L’opera, eseguita dal marmoraro e scultore romano Pietro di Maria, è un vero capolavoro per la preziosa lavorazione dei marmi dei suoi capitelli ed è formato da 58 archi, sostenuti da 128 colonnine binate, lisce o tortili, una diversa dall’altra e splendidamente lavorate con inserti a mosaico. Anche qui, come nel Monteluco, è presente una delle stazioni relitte delle leggete primigenie umbre. La conservazione va spiegata con la presenza dell’abbazia e con la sacralità del luogo, come rivelo lo stesso toponimo macchia sacra riportato nella mappa del catasto gregoriano. Poco lontano dall’abbazia, a 566 metri di altitudine, sgorga la sorgente di Sassovivo le cui qualità terapeutiche erano conosciute fin dal 1100.
Molti altri esempi di santità sono legati a questa terra, da Tomasuccio da Nocera Umbra al beato Giacomo Bianconi da Bevagna, dal beato Simone Fidati da Cascia alla beata Lucia da Valcaldara. Una terra che invita al raccoglimento interiore e alla ricerca di se stessi e dei più alti e profondi valori spirituali.